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I MARMI DI CAPO GALLO

di Pippo Lo Cascio

 

Le prime notizie documentarie di un'attività estrattiva di marmi pregiati nel comprensorio di Capo Gallo ed in particolar modo nelle cave aperte ai piedi della grande parete di Nord-Ovest che guarda la Conca d'Oro e la città di Palermo, si hanno solo nel 1813 grazie soprattutto all'abate Francesco Ferrara (1) studioso catanese di scienze naturali, che nella sua "Storia Naturale della Sicilia" e nella trattazione relativa ai marmi alla voce Rosso Gallo di Palermo, egli afferma: " … Ha delle macchie, e strisce di calce carbonata bianca cristallizzata  …". Ma in realtà questa attività estrattiva, fu iniziata sin dai primi anni del secolo XVII e ciò si deduce dal fatto che, per esempio, le colonne dell'altare maggiore del Duomo di Palermo provengono per l'appunto dalle cave di monte Gallo e sono denominati "Gallo Antico". Esse sono descritte con macchie bianche e fondo rossastro dall'abate Domenico Scinà (2) nella sua "Topografia di Palermo e de' suoi contorni", opera del 1818. Geologicamente si può asserire che le formazioni affioranti ai piedi del Pizzo Impiso, che si eleva per m. 353 s.l.m e che sovrastano le cave, sono costituite da calcari bianchi o leggermente grigi del Giurese, periodo geologico che si fa risalire a 15 milioni circa di anni cosi come tutta la costa ad Est del monte Gallo che va da Pizzo Coda di Volpe sino all'estrema punta di Capo (3) dove le cave furono impiantate a cavallo delle borgate di Tommaso Natale e di Partanna in località Spina Santa. Nella zona ancora oggi esiste il ricordo estrattivo ed anche il toponimo: COLONNE (4) . Le richieste dei marmi nei secoli XVII e XVIII per adornare ville e palazzi ma principalmente chiese anche fuori dalla Sicilia, dovettero essere notevoli dal momento che la scelta ricadeva quasi sovente su quelli di Capo Gallo e di monte Billiemi (5) sia per la bellezza dei marmi ed austerità della ciaca, ma soprattutto per la potenza dei banchi marmiferi che ben si prestavano all'estrazione di monoliti di tutte le dimensioni ed altezze (6). La varietà e la sfumatura dei colori dei marmi è sempre stata molteplice e cangiante, tant'è che gli osservatori dei secoli passati sono stati di pareri discordi nel descriverli. Secondo lo Scinà, infatti, dalle cave del monte Gallo si estraevano due tipi di marmo: il Gallo Antico ed il Gallo Novello (7) e cioè con colore predominante rossastro-bianco o grigio, mentre altri autori come l'Amico, affermavano invece che i colori principali e caratterizzanti di questi marmi erano il grigio con venature gialle (8). C'è infine chi asseriva che in località Colonne si cavavano marmi rossi come ha successivamente osservato il geologo Francesco Cipolla (9) durante un sopralluogo sul monte e su tutto il comprensorio nel 1924. Nei primi anni di questo secolo, l'attività estrattiva non ebbe alcuna sosta, anzi fu notevolmente incrementata con l'apertura di altre cave, tant'è che il geologo  Bellanca (10) nel 1969, nel descrivere i tipi più rappresentativi di marmi brecciati e cavati a Spina Santa ed a Pizzo Sella ne citava addirittura quattro: il Marmo Grigio tendente al marrone, il Brecciato Rosso noto localmente con il nome di Arabescato di Mondello, la Breccia Calcarea di colore bruno rossastro e per ultima la Breccia Policroma. Infine è da ricordare che nell'attività estrattiva all'inizio degli anni, '70, a causa del crollo di una parte del mercato marmifero e gli alti costi del trasporto, erano rimasti all'opera un numero esiguo di cavatori solo per soddisfare le richieste del mercato locale, consistente nella sola produzione di mattoni. Fu in questi anni che si sparse la voce che i cavatori avevano individuato un ricco giacimento aurifero, dato che erano state osservate alcune inclusioni gialle trovate nella breccia.

Ma dopo qualche tempo e non prima avere fatto le debiti analisi chimiche, (cristalli di pirite, fu il responso) si abbandonarono definitivamente i sogni di ricchezza e le stesse cave, lasciando il monte con le sue profonde ferite alla mercè della dinamite  per cavarne ciaca da costruzione. Ma fortunatamente lo scempio durò solo qualche anno ed oggi tutte le cave sono ferme, comprese quelle di Sferracavallo (Impiso), della Marinella alla Fossa del Gallo (che servì per il porto di Palermo), alla Coda di Volpe e cosi anche le "calcare" per la produzione di calce in via Tolomea, aperte tra le borgate di Partanna e Mondello Paese sin dagli anni '50.

 

N O T E

1-    F. Ferrara, Storia Naturale della Sicilia che comprende la Mineralogia, Catania 1813

2-    D. Scinà, La topografia di Palermo e de' suoi contorni, Palermo 1818, p. 15 n. 26

3-    A. Bellanca, Marmi di Sicilia, Palermo 1969, p. 105;

4-    Carta IGM F. 249 I S O, Isola delle Femmine;

5-    V. Amico, Dizionario topografico della Sicilia, tradotto dal latino ed annotato da Giacchino Di Marzo, Palermo 1885, vol. I, p. 144. "… Famigerate ne sono le pietraie, donde vennero cavate le gigantesche colonne che adornano principalmente il tempio di San Giuseppe in Palermo, e nel regno di Napoli ammirevoli per numero e mole, sostengono i grandiosi portici del magnifico Palazzo regale di Caserta …".

6- A. Bellanca, Marmi...op. cit., p. 109

7-    D. Scinà, La topografia...op. cit., p. 14 nt. 25 " … Il primo (Gallo Antico) è di fondo rossastro con macchie bianche ondeggianti: Il secondo ha fondo rossastro listato di bianco...E in generale tutti i marmi di Gallo hanno un fondo più o meno rosso, e abbondano di conchiglie …".

8-    V. Amico, Dizionario topografico... op. cit., V. I p. 487. "…  La ciaca macchiata e la chiara, la calcidionata con macchie e vene bianche sporche detta pedichiusa, la grigia con vene gialle e macchie …".

9-    F. Cipolla, Il monte Gallo a N O di Palermo nel Quaternario Inferiore, in Giornale di Scienze Naturali ed Economiche di Palermo, V. XXXIV, anni 1924-25-26, p. 62.

10- A. Bellanca, Marmi ...op. cit.

 

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