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CURIOSI TOPONIMI
di Partanna, Mondello e Valdesi

di Pippo Lo Cascio

Via Spinasanta Via Pazienza Via Iandolino
Via Carbone Via Saline Via Mondello
Via Castelforte Via Cavarretta Cortile Busalacchi

 

 Via Spinasanta

La via Spinasanta o Spina Santa, è quella tortuosa arteria pedemontana condizionata dall'orografia del monte Gallo, che da Tommaso Natale, intersecando la via Catalano di Partanna, va a collegarsi all'attuale via Tolomea e quindi termina alle porte di Mondello Paese.

Di antica progettazione, è stata una tra le prime trazzere di comunicazione tra Mondello e Sferracavallo e permetteva una facile percorribilità con i carriaggi o a cavallo, un accesso alle cave di marmo della località Colonne ed alla cima del monte Gallo, ai fondi agricoli ed agro-pastorali della fascia collinare, alle pirriere per la produzione di balatuna di calcarenite ed infine di superare agevolmente la grande distesa d'acqua dolce del Pantano. Lungo la strategica via Spinasanta si ergevano una serie di torri "appadronate", molte ancora oggi esistenti, poste a difesa delle economie: la torre Parisi, la torre della Vuletta, la torre Santocanale, il dammuso di Santocanale, (+) la torre dei Catalani, (+) la torre Cagiulano, (+) la torre Canazzo e (+) la torre Pilo.

Un serio problema per i viandanti in periodo invernale, era invece costituito dall'attraversamento di due piccoli corsi d'acqua o Valloni, che precipitavano fragorosamente dalle propaggini del monte. Uno era il Vallone del Bauso Rosso che sfociava nella via Catalano, dopo un breve percorso superando sei ponticelli in pietra locale, ed il secondo, piu’ piccolo, il Vallone del Pizzo della Sella, molto importante perche’ le acque azionavano alcuni piccoli mulini che macinavano la fritta per la preparazione e per la depurazione della ceramica. Ancora oggi le tre fornaci utilizzate per la cottura delle ceramiche di età tardo-rinascimentale costruite a lambire le acque del ripido fiumiciattolo, fanno bella mostra nel Vallone del Pizzo della Sella.

Secondo la principale ipotesi, il toponimo "spinasanta" si deve alla presenza del licio italico (Lycium halimifolium) della famiglia delle Solanacee, il comune arbusto, detto localmente "spinasanta" o "spinacristi", di cui le propaggini del monte erano particolarmente popolate.

Altra interessante possibile spiegazione della provenienza del toponimo, è che esso è da attribuire alla presenza di una chiesetta rupestre, non ancora identificata con certezza, in cui si venerava, secondo la locale tradizione, una sacra spina che avrebbe cinto il capo di Gesù Cristo portata dalla Terra Santa dal carmelitano Sant'Angelo di Licata. Ogni anno nella prima domenica di maggio, il Senato di Palermo organizzava in atto di devozione, una processione di fedeli che dalla città murata giungeva sino ai piedi del monte Gallo. La sacra reliquia dopo alterne peripezie, venne gelosamente custodita in un teca d'argento nella chiesa del Carmine a Palermo, nel popoloso quartiere Ballarò, dove ancor'oggi si trova. Fin qui la tradizione.

L'interessante storia che affonda le proprie radici tra la storia e la leggenda popolare, comunque tutta da approfondire, ha avuto una curiosa appendice. Recatomi ad indagare sulla leggenda e a cercare la "spina" nella chiesa del Carmine, sono stato guardato come un visionario ed invitato ad uscire dal luogo sacro. Ma il religioso evidentemente non sapeva chi avesse davanti. Infatti dopo un'ennesima e vigorosa insistenza, l'ho persuaso a concedermi un'ora di tempo ed una guida. Con l'aiuto di un fraticello che mi osservava con riverito timore, ho frugato numerosi magazzini, ho messo a soqquadro alcuni ripostigli, ho scoperto l'ingresso di alcuni sotterranei sconosciuti anche agli stessi religiosi, ma della "spina", nessuna traccia. Ho controllato le celle le cucine e mi rimaneva ancora il campanile, dove lungo le scale c'erano un serie di vecchi e cadenti armadi che ho aperto uno ad uno. Quando stava per scadere la fatidica ora, all'interno dell'ultimo erano riposti numerosi ostensori. Ma uno in particolare mi ha incuriosito, perchè molto sciupato, alto, con una polverosa bacheca tonda di vetro e con all'interno uno strano oggetto  che non si riusciva bene a distinguere. Dopo averlo preso e pulito con cura, ho notato che al suo interno una lunga ed appuntita spina.

Non è la prima volta, ho considerato, che ciò che solitamente ci vengono tramandate come leggende, spesso hanno fondamenta storiche ben solide, che necessitano una verifica, prima di classificarle con "si suppone", "si dice", "si narra" o "dicono gli anziani".

E' questa, frate, la spina di Cristo portata dalla Terrasanta?

Chiedo osservando con stupore il particolare aculeo, lungo, sottile, appuntito, adagiato su soffice batuffolo di bambagia. La particolare tipologia mi induce a credere che non‚ certamente endemico del nostro orizzonte botanico.

Avevo appena scoperto un importante pezzo archeologico, religioso, nonché un ulteriore tassello della nostra storia locale. Sarebbe stato necessario determinare la specie botanica, portarla in laboratorio per gli esami chimici, cercare documenti d'archivio, "spulciare" gli scritti di Sant'Angelo di Licata alla ricerca di tracce di viaggi mediorientali, ecc. ecc., erano le principali domande che si affacciavano alla mia mente, per trovare altri tasselli del complesso puzzle. 

L'avverto che l'ora e’‚ scaduta e Lei deve andare via (sic !),

è stata l'incredibile, laconica e disarmante riposta del fraticello.

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