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ricercata qualità dei frutti ed anche
dell’intramontabile uso di
assoggettamento dei gabelloti, agli
antichi padroni terrieri. Tra gli anni
1929–’30, a cavallo tra le due grandi
Guerre Mondiali, l’areale mondellese
apparve come un concentrato di
contraddizioni sociali, economiche e
soprattutto di natura religiosa. Tre i
grandi poli di questa porzione della
Piana dei Colli, tra loro eterogenei e
sotto certi aspetti costituivano tre
mondi che non riuscivano o che non
volevano (e che ancora oggi non riescono
o non vogliono) incontrarsi e tendersi
la mano.
Mondello in quegli anni era una borgata
di pescatori poveri; Partanna un piccolo
centro di contadini che vivevano di
stenti “a jurnata” e che operavano nei
giardini piantumati a limoni, mentre si
faceva strada una nascente Valdesi (o
Valdese come riportano i documenti
dell’epoca), opulenta, ricca,
schizzinosa e alla moda, che aveva lo
scopo di attrarre altri nobili e
borghesi provenienti da Palermo e dalle
principali città italiane. Naturalmente
i nuovi abitanti non gradivano essere
assimilati ai Mondellesi né tantomeno ai
Partannesi, poiché essi ritenevano
essere i continuatori di una società
borghese dominante e ciò per non perdere
l’immagine della nascente “città
giardino”, un’idea allora molto in voga.
Nelle immediate vicinanze, altri piccoli
centri erano in via d’aggregazione:
Martini, Buffa, Pecorarelli, zona
Cavallacci (l’attuale via Mattei) e
Addaura (o Allaura); la palude era stata
già cancellata, anche nei ricordi degli
abitanti, “colmata” dai detriti e dalla
terra rossa, proveniente dal Giusino,
dalle falde del monte Pellegrino.
L’unica grande colpa della “zona umida”,
fu quella di avere seminato morte tra i
Partannesi della Pascienza (l’attuale
via Pazienza) e della via Saline, tanto
che parte della popolazione gravemente
ammalata si rifugiò ai piedi del monte
Gallo ed abitò le grotte ed i ripari del
Bauso Rosso. Di tale periodo sono in
possesso di un interessante documento
epistolare datato 27 marzo 1929 – a. VII,
a firma del sacerdote Don Ignazio Vasta,
uno dei primi religiosi che si occupò
della cura delle anime dei fedeli
collesi. All’epoca dei fatti il Vasta
era il solo curato di campagna che
officiava messa nella chiesetta di
piazza Caboto, luogo ricordato dalle
cronache per avere dato ospitalità al re
borbonico Ferdinando IV, quando con la
sua corte raggiungeva Mondello per
cacciare al Pantano di Gallo o per
pescare i cefali nei canali del Pantano
e che poi consumava in loco, in
compagnia di dame e di cavalieri.
In tale missiva don Ignazio indirizzò
un’accorata supplica a monsignor Luigi
Lavitrano, arcivescovo di Palermo,
lamentando la catastrofica situazione
delle chiese del territorio e
“fotografò” i centri che egli
quotidianamente visitava per incontrare
i fedeli, portare loro conforto, aiuti
economici ed insegnare i rudimenti della
dottrina religiosa. Il documento è
soprattutto un atto d’accusa, preciso e
perentorio contro i potenti del tempo,
la Società Italo-Belga,
la burocrazia ed a favore dei poveri e
di una popolazione ridotta alla fame,
priva anche di una guida sociale,
culturale e religiosa.
Il primo riferimento della missiva di
don Ignazio, fu per il paese di Mondello
composto di circa un migliaio di
anime, che ha la sventura di non
possedere: “… una chiesa degna di tal
nome; in atto
la Messa
si celebra in un magazzino preso in
fitto per iniziativa delle ancelle del
Sacro Cuore e con denari di monsignore
Filippi, essendosi il popolo dichiarato
povero talmente da non potere sostenere
la spesa, di un migliaio di lire
all’anno …”.
Per le funzioni religiose i
pescatori e le loro famiglie facevano
affidamento nella sola chiesetta della
locale tonnara, ammessi per concessione
del proprietario barone Colonna solo nel
tempo della villeggiatura. Le dimensioni
dell’edificio sacro era di m. 3 x m.
4 ed è oggi semidiruta.
Per la verità i Mondellesi avevano
provato ad erigere una propria chiesa,
raggranellando una somma frutto di una
sottoscrizione tra i villeggianti meno
abbienti, ospitati nelle case dei
pescatori. Il tentativo però fallì
miseramente, sia per la modesta cifra
raccolta che ascendeva ad alcune
migliaia di lire, sia anche per
l’insufficiente materiale proveniente
dalla demolizione della chiesa cittadina
di Santa Rosalia. Anche la
possibilità di utilizzare la cappelletta
della tonnara, non ebbe molta fortuna
per l’esosa richiesta dei Colonna che
proposero al comitato un affitto di
ventimila lire, un’enorme cifra per
quella comunità che viveva
quotidianamente di stenti. Tutto quello
che succedeva nella punta occidentale
del Golfo di Mondello, strideva
enormemente con tutto ciò che avveniva
nel versante orientale: “… oggi
grande e moderna stazione di soggiorno,
con molti villini, grande stabilimento
balneare in cemento armato sporgente sul
mare, che per il conforto che offre è
centro di attrazione di migliaia di
palermitani e forestieri (…)
frequentissimi servizi tramwiari ed
automobilistici privati riversano in
està a Mondello una media di ventimila
persone al giorno …”.
La missiva mette in evidenzia anche
l’aspetto ambientale di Valdesi, che è:
“… di natura boschiva (…) pure
ricca di villini che uniti a quelli
della spianata (…) ed alla
periferia è anche abitazione costante di
alcune centinaia di anime, famiglie di
agricoltori e pastori, non meno povero
che i pescatori del vecchio Mondello
…”. Un quadretto davvero idilliaco
quello trattato dal religioso che
osservò e descrisse una natura intatta,
con la fascia del Pellegrino ricca di
vegetazione e con la presenza di un
limitato numero di villette in stile del
Liberty, una sorgente d’acqua potabile,
la chiesetta rurale, il villaggetto di
pastori, una zona che sarà occupata dal
futuro link (il campo da golf) e
l’apertura di una grande arteria di
comunicazione tra il Parco della
Favorita e Pallavicino e Valdesi (la
discesa del Giusino), l’attuale viale
Margherita di Savoia.
La cadente chiesetta, dove officiava don
Ignazio Vasta, essendo di piccole
dimensioni, di appena m. 6 x m. 13 ed in
procinto di essere demolita per le sue
carenze strutturali, non rispondeva più
alle esigenze di un territorio oramai
sufficientemente popolato e frequentato
da un gran numero di fedeli che colà vi
convenivano da tutto il circondario
collese. Una convenzione tra
la Società Italo-Belga,
che lottizzò quei terreni ed il Comune
di Palermo, prevedeva l’edificazione di
un’altra chiesa, a spese della Società
Immobiliare, che doveva essere più
grande della precedente ed inserita
nelle immediate vicinanze della nascente
Valdesi.
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