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Due torri a difesa della Tonnara

di Pippo Lo Cascio

 

    A partire dalla seconda metà del XV secolo, la vita della comunità marinaresca mondellese e l’esistenza stessa del complesso del malfaraggio (tonnara), si deve alla costante vigilanza del mare da parte dei torrari (militari o civili che custodivano le torri). Preposti alla loro difesa impedirono cruenti sbarchi in massa di nemici lungo l’arenile ed in molti casi seppero tenere testa a predatori ingaggiando con loro lotte a distanza col fuoco dell’artiglieria pesante. Le torri della Tonnara di Mondello e del Fico d’india, posta quest’ultima a poca distanza in linea d’aria dalla prima, rappresentarono punti chiave della difesa del versante occidentale palermitano, grazie all’appoggio delle due torri del monte Gallo, l’Amari e la Mazzone, costituirono punti di riferimento delle torri appadronate (di privati cittadini, di padroni), dislocate nelle Piane di Gallo e dei Colli e che rispondono ai nomi di Addaura, Saline, Cagiulano, Canazzo, Waldisi, Sessa, Falde, Santocanale, De Simone, Parisi, Leone, Pilo, Celi e Giovanni.

La torre della tonnara di Mondello

Le prime notizie documentarie sulla torre della tonnara di Mondello sono relative al 1455, anno del suo primo impianto. Il luogo forte si rese necessario per difendere le maestranze artigiane, le abitazioni dei tonnaroti (marinai della tonnara), il complesso dei magazzini, le lunghe imbarcazioni e le attrezzature, costituite dalle reti, gomene, galleggianti e quanto altro potesse servire all’impianto della tonnara ed alla mattanza (uccisione e pesca). Già all’inizio del XV secolo il villaggio si concentrò attorno alla torre posta a sua difesa e ad una chiesetta per le funzioni religiose dedicata alla Madonna delle Grazie. L’edificio sacro venne abbattuto in tempi recenti per fare spazio ai servizi dei locali gastronomici che sin dagli anni ’50 del secolo scorso, attanagliano la torre in una morsa mortale.

Una chiara testimonianza della grande quantità di pescato che si ricavava dalla tonnara mondellese e della conseguente ricchezza che tale attività produceva tra i suoi lavoranti nella prima metà del Cinquecento e per riflesso anche alle economie della vicina città murata di Palermo, ci é fornita grazie al rinvenimento di due documenti notarili datati a 27 d'aprile I indicionis 1518. Le due missive sono indirizzate a sua Cesarea et Cattolica Maestà Carlo V. La prima lettera fu inviata dai monaci del convento di San Francesco di Paola di Palermo lamentando la modesta quantità di pesce loro assegnato annualmente, con il conseguente peggioramento della loro dieta alimentare, ridotta a base di verdure e di farinacei. Con tale richiesta i monaci speravano di ottenere in donazione ben quattro tunnina salati, anziché i soliti doi pesci per tonnara stabiliti dalla Magnae Regiae Curiae Rationum, attraverso l'interessamento di un non meglio identificato Giacobo Lo Caxo. La lettera prosegue specificando che la richiesta deve intendersi estesa a tutte le tonnare del golfo di Palermo ed a quelle di Sòlanto e di Mondello, in particolare.

Il secondo plico, spedito dalla madre superiora del venerabile Monasterio di donne (...) nominato li Sette Angeli, aveva il medesimo tenore del primo; infatti dopo un preambolo interlocutorio in cui denunciava l'indigenza quotidiana, la sorella lamentava di "… fare asperrima vita, et mai mangiamo carne, et latticino, se non cose quadregesimali et se con dette elemosine non conseguissero alcun pesce salato, loro vivere sarebbe difficultoso continuamente mangiando herbe (...) supplicano Vostra Majestà che si degni far gratia a detto Monastero delli altri doi pesci, che detto quondam Giacobo Lo Caxo tenia sopra dette tonnare …". Anche il monastero e l'annessa ecclesia Sancti Nicolai de Plano, i cui resti sono visibili tra le attuali località di Partanna e dello Z. E. N (Zona Espansione Nord), ricevette numerose donazioni di tonni per far fronte ai periodi di misero raccolto dovuto alle stagionali invasioni di cavallette. Anche i pescatori avevano delle lamentele da fare a sua maestà, poiché a causa della lunghissima lista di chiese e di conventi che dovevano ogni anno approvvigionare gratuitamente, i poveri tonnaroti, molto spesso, tornavano a "… casa nudi e digiuni e delusi affatto della sortita pesca …".Continua

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