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Nel
1599 l'architetto militare fiorentino
Camillo Camiliani, fu tra i primi
strateghi a segnalare la necessità di
proteggere dai fulminei attacchi
pirateschi le tonnare, le saline e le
sorgenti d’acqua potabile, motori
trainanti della nascente economia
palermitana, con la costruzione di forti
torri o la riparazione ed il potenziamento
di altre già esistenti. In una lista
delle tonnare del 1583 in esercizio
nello specchio di mare tra Acqua dei
Corsari ed Isola delle Femmine, ne vengono
menzionate ben sette, disposte mediamente
ad una distanza di tre miglia l'una
dall'altra. Il breve tratto tra una e la
successiva, durante le complesse
operazioni di calato delle "camere
della morte" e di traffico di
superficie, creavano notevoli problemi
alle imbarcazioni di piccolo cabotaggio,
di delimitazione delle acque territoriali.
Nello stesso anno lo stabilimento
industriale mondellese fu ricordato ancora
dal Camiliani. L’architetto effettuò
infatti una ricognizione di tutto il
litorale dell’Isola, a seguito
dell’incarico conferitogli da Marco
Antonio Colonna di pianificare il progetto
delle fortificazioni costiere a
completamento della rete di avvistamento e
di difesa già esistente. Nella Descrittione
dell’isola di Sicilia, il Camiliani
testualmente cita: "… di qui
comincia una piegatura del lido nella
quale si vede una tonnara detta Mondello
…", ma stranamente non fa alcun
accenno alla torre, sebbene svettasse in
posizione strategica a difesa della
marina. Un secolo dopo è invece riportata
di sfuggita dal Portolano di Sicilia
del capitano di Termini Imerese, Filippo
Geraci, Pilota reale della Squadra di
Sicilia, come egli stesso amava
qualificarsi. Questi così riporta: "…
a miglia 3 la punta di Mondello, qual
sopra tiene una torre di guardia e dalla
parte di terra di ditta punta (…)
da detto sorgitore comparisce il baglio
della tonnara …".
Notizie
storiche
Tra
i secoli XVI-XVIII, il ricco territorio
della Piana di Gallo era un intenso
fiorire di attività agro-pastorali legati
sia alle coltivazioni degli orti e dei
vigneti, che al taglio dei canneti ed
all’allevamento di ovi-caprini e di
bovini, ma soprattutto allo sfruttamento
di un’ampia foresta, utilizzata come
miniera di biomasse animali e vegetali. La
periodica attività della tonnara e del malfaraggio
di Mondello, era in grado di offrire
numerosi posti di lavoro sia a maestranze
specializzate quali pescatori, salatori,
cordai, mastri r’ascia (falegnami),
calafati e bottai, che ad un ingente
numero di marinai generici, bordonari
(carrettieri), contadini, jurnalari
(lavoratori giornalieri) e carbonai. A
questi si aggiungeva una folta schiera di
uomini di fatica, impiegati soprattutto
nella costruzione e nella riparazione
delle reti con la cespugliosa ddisa
(Ampelodesmos mauritanicus), cime
di grosse dimensioni per l’ancoraggio
della "camera della morte" e
delle complesse parti che compongono l’isola.
Nel versante meridionale della vicina
laguna o pantano, era in esercizio una
salina che produceva e raffinava il
prezioso elemento, utilizzato in grande
quantità per salare il pescato ed il
rimanente venduto nei mercati cittadini in
concorrenza con quello trapanese.
Insostituibile per la cucina e prezioso
integrativo per l’allevamento del
bestiame, il sale era la merce
maggiormente ricercata, al pari
dell’acqua potabile, da pirati e da
corsari che razziavano il comprensorio.
Il
volume di affari dei conciatori di pelli
era particolarmente elevato, grazie
soprattutto alle varietà di articoli di
pellami, di cuoi e di marocchini conciati
col tannino, l’acido che si estrae anche
dalla battitura dei ramoscelli e dalla
spremitura delle odorose foglie di mirto (
Myrtus communis). A partire dal XII
secolo, la pianta venne diffusamente
coltivata nel Piano di Gallo ed ancor più
nella prima metà del Trecento, grazie
alla famiglia di imprenditori pisani Gaddu
da Nubula, che sfruttarono il territorio
colmando una serie di pantani. La
ricchezza economica del suolo era
garantita da una grossa sorgente di acqua
potabile, l’Ayguade, riportata da
una mappa francese di età settecentesca,
individuata nel vasto tenimento che
fu del principe di Scalea. La fortuita
scoperta di numerosi qanat
(canalizzazioni sotterranee) tra la via
Castelforte e lo Z. E. N. 2 che
raccoglievano le acque delle falde
freatiche dei monti Billiemi e Pellegrino
e le convogliavano verso le vasche di
raccolta e di distribuzione, completano il
quadro della ricchezza idrica del
territorio.
Tutti
gli elementi sin qui elencati
rappresentarono, oltre che il fiore
all’occhiello della novella
imprenditoria palermitana, anche un forte
richiamo verso le nostre coste, di corsali
e di predoni, che partivano dalle munite
basi della costa del Nord-Africa, come
l’isola di Jerba, Tunisi, Biserta, Orano
ed Algeri, col miraggio di ricco bottino.
Per far fronte alle continue razzie ed
alle devastazioni, gli abitanti
apprestarono una serie di iniziative atte
a proteggere le colture, i depositi
alimentari dei bagli, le chiese, i
conventi ed in particolare le preziose
vite umane. Uno dei progetti maggiormente
perseguiti, fu la vigilanza attuata dai cavallari
(soldati a cavallo) che battevano le
marine con il precipuo compito di
allertare tempestivamente i soldati di
stanza al Castellammare di Palermo per le
necessarie difese. In particolare la
vigilanza alla Fossa di li Galli si
rese necessaria poiché la sinuosa fossa
del Malopasso, sotto l’alta falesia
del monte Gallo, era in grado di offrire
rifugio ai predoni occultando la presenza
dei vascelli alla vista dei torrari. Da
qui la necessità di proteggere i tonnaroti
e l’economia del pescato e
dell’inscatolamento, con un luogo forte
che avrebbe dato rifugio sicuro a quanti
si fossero trovati impreparati ad un
improvviso raid piratesco.
Nei
secoli XVI-XVII, i pochi chilometri di
costa che dall’Isola delle Femmine
giungono sino all’Addaura, furono presi
costantemente di mira dai pirati
barbareschi con frequenti raids, allo
scopo di razziare i villaggi, le attività
economiche, ma soprattutto per catturare
uomini, donne e bambini da vendere nei suq
(mercati) e lungo le piste
carovaniere Nord-africane e sahariane.
Ecco come l’architetto Camillo Camiliani
ricorda i tristi anni della fine del
‘500, quando i pirati erano pressoché
arbitri della sorte e della stessa vita
dei cittadini di Palermo: "… i
Corsari di primo lancio tirano alla Cala
da loro detta Conca d’ Oro (…)
dove che i Corsari si sbarcano la notte
fanno le loro imboscate dell’uno e
dell’altra parte della strada, e la
mattina tante anime quante vogliono e
robba, e vettovaglie si pigliano con la
commodità poi dell’acqua, che ivi
vicino commodamente possono pigliare
…". In caso di attacchi violenti ed
improvvisi, a farne maggiormente le spese
erano i pescatori, i contadini ed i
lavoratori della fascia costiera. Il
territorio di Mondello non si sottrasse a
tale fenomeno: lo attesta una lunga lista
di incursioni. Nel 1562 avvenne un desembarco
turcos Monte Pellegrino y Mondello;
nel 1574 la ripercussione di un raid
piratesco nelle acque mondellesi si ebbe
persino nella città di Palermo, dove
truppe armate e privati cittadini vennero
mobilitati per dare una pronta risposta di
forza: "… a hore cinque di notte
(…) per fare uscire li cavalli
contro certi corsali che aveano pigliato a
Mondello certi pescatori …".
Quattro anni dopo, nel 1578, Mondello fu
oggetto di una nuova incursione, durante
la quale bande piratesche rastrellarono il
territorio riuscendo alla fine a catturare
due pastori, i fratelli Agostino e Filippo
Calabria, intenti a pascolare le pecore
per conto di Francesco Todaro, ricco
commerciante palermitano. Nel 1580 nuova
scorreria al Passo di lo Dauro (Addaura),
probabilmente durante le fasi di un
inseguimento a contadini che cercavano
scampo nelle balze del monte Pellegrino,
attraverso il passo della Vuletta Grande.
L’arrivo dei pirati sarà stato
certamente preavvisato con le
comunicazione ottiche dei fani
(fuochi e fumi) o con acuti suoni di brogna
(conchiglia) o con spari di mascolo (un
corto cannoncino), a cui erano tenuti a
partecipare quasi tutte le torri di
avvistamento costiere di "lunga
distanza", quali la torre Mazzone di
Gallo e la torre del monte Pellegrino.
Seguivano poi quelle di "corta
distanza", come le torri di Capo
Zafferano, del Rotolo, di Punta di Priola,
della Tonnara di Vergine Maria, della
Tonnara di Mondello e del Fico d’india.
Un fitta ragnatela di segnalazioni,
infine, "avvolgeva" la torre
dell’Addaura, provenienti dalle torri appadronate
o agricole, che rispondevano ai nomi di
Salina, Waldisi, Canazzo, Cagiulano e
Celi, volendo considerare solamente quelle
a ridosso della fascia pedemontana del
Pellegrino. Continua
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