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Quella
della Tonnara di Mondello, da un punto di
vista tipologico, fu tra le prime torri
efficienti ed autosufficienti ad essere
impiantate nel territorio palermitano,
dopo l’edificazione della torre di
"fra Giovanni" o del Rotolo,
nell’omonima punta tra l’Addaura e la
località di Vergine Maria. Ascrivibile,
questa, al primo quarto del secolo XV, è
di ridotte dimensioni, di fabbrica poco
solida ed inadatta a sostenere il peso
dell’artiglieria ed è priva della
cisterna per la raccolta dell’acqua
potabile. Si passò in seguito a
progettare e ad edificare tipi più solidi
e con cisterna ricavata tra il piano di
calpestio e la prima elevazione, esigenze
dovute ad un miglioramento della potenza
distruttiva delle bocche da fuoco e da più
frequenti attacchi alle coste siciliane.
La torre misura m.
18,50 dall’attuale piano stradale sino
all’astracu a cui si aggiungono
m. 0,80 di parapetto circolare a
coronamento della parte terminale
dell’edificio militare. Tutt’intorno
al muretto, spesso m. 1, si aprono
numerose feritoie per le armi da fuoco.
L’altezza dell’unico ambiente interno,
dal piano di calpestio posto nella prima
elevazione, sino al tetto dammusato,
misura m. 6,50. Il diametro interno,
ovvero lo spazio abitativo dei torrari,
è m. 7,40, mentre lo spessore murario è
mediamente m. 1,45.
La torre del Fico
d’india
Eretta su un eminente
sperone di roccia calcarea che chiude ad
Occidente il golfo di Mondello, la torre
del Fico d’india fu una strategica torre
di avvistamento e di difesa della marina e
delle Piane dei Colli e di Gallo.
L’elevata posizione del manufatto
rispetto alla media altimetrica dei
luoghi, permetteva agli occupanti di
avvistare l’aggressore al suo apparire
all’orizzonte e di difendersi più
agevolmente, colpendo dall’alto
l’aggressore. In ottima posizione
avanzata sul mare, dal cui astracu
(terrazzo, posto di vedetta) la vista
spazia per 360° a dominio di un’ampia
fascia costiera sul mar Tirreno
Nord-occidentale, fu attivamente presente
nella storia della marineria locale per
oltre tre secoli. Asservì al principale
compito di punto di riferimento per le
numerose torri sparse tra le campagne
della Piana, ben protetta dai monti Gallo,
Pellegrino e Billiemi. Capo Gallo detiene
il primato geografico di sperone roccioso
più avanzato della Sicilia
Nord-occidentale ed ha svolto, durante i
secoli XVI-XVIII, un’importante funzione
di sentinella e di protezione delle barche
da pesca e commerciali che facevano
navigazione di cabotaggio. La protuberanza
rocciosa del Capo, divide in due la
scenografica zona marina del Malopasso. Il
versante Occidentale è caratterizzato
dall’alta falesia che giunge sino
al borgo marinaro di Sferracavallo,
superando nell’ordine le penisolette
della Punta Tara e della Punta di
Barcarello. Il versante orientale è
costituito dalla località Marinella,
fascia pedemontana su cui a mezza costa si
aprono le famose grotte di età
preistorica e punico-romana: grotta dei
Vitelli, grotta Perciata, grotta del
Capraio, grotta Regina, grotta dei Vaccari
e grotta della Caramula, scoperta di
recente.
Il tozzo promontorio su
cui la torre è arroccata, era
raggiungibile, in antico, dal Planum
(il Piano di Gallo) da tre ben distinte trazzere
(strade poco praticabili). Le vie
serpeggiavano tra pantani di acque dolci e
zone rocciose affioranti tra le
"terre rosse". La prima via era
costituita da una sottile lingua di terra
frammista a sabbia che separava il mare
aperto dalla laguna costituita dal Pantano
di Mondello. Un’altra via, che ricalca
in parte le attuali vie Spinasanta e
Tolomea, si snodava lungo il costone
occidentale del monte Gallo ed era
preferibilmente utilizzata da viandanti e
da commercianti che provenivano dal borgo
di Tommaso Natale. Un’arteria interna,
infine, collegava il villaggio agricolo di
Partanna, attraverso l’attuale via
Pazienza, costeggiando la salina e gli
orti, all’interno dei quali si ergevano
le torri appadronate Pilo, Canazzo
e Cagiulano, sino a giungere al borgo di
Mondello. Da lì l’arteria sfociava in
un pianoro in cui si aprivano, al limitare
della scogliera, una cava di ciaca
(roccia calcarea) ed una calcaja (fornace
per la produzione della calce), il cui
prodotto finito era commerciato in tutti i
paesi limitrofi con buoni profitti. Ai
margini di una spianata, denominata un
tempo Chianu a Turri (Piano della
Torre), è stato identificato un talus
(sito) preistorico e recuperati numerosi
materiali consistenti in selci lavorate e
resti di pasto risalenti al Paleolitico
superiore (12.000-10.000 anni fa).
L’antica testimonianza archeologica,
distante dai ripari sottoroccia e da
grotte, tra le più interessanti tra
quelle rinvenute nel comprensorio, è
stata documentata negli anni ’50 del
secolo scorso dal De Stefani, prima della
definitiva cancellazione avvenuta durante
lo scavo per l’edificazione del
complesso alberghiero "Ashur"
che occupò l’areale prospiciente la
penisoletta e la torre del Fico d’india.
Questa, un tempo, isolata sul brullo e
pietroso promontorio, è oggi accerchiata
da strutture alberghiere e da un grosso
centro balneare che sorge nei pressi della
cappella di San Giuseppe, antica
testimonianza di pietà religiosa, oggetto
di culto dei pescatori del borgo.
Notizie storiche
La torre venne
edificata nel 1445 per volere del Senato
di Palermo, in seguito al perdurare degli
attacchi pirateschi portati al villaggio
di Mondello ed all’entroterra del Piano
di Gallo. Il piccolo scaro, il
porticciolo ben riparato dai venti, il
medesimo che attualmente è visibile nel
versante occidentale del golfo, era quello
che subiva maggiormente gli attacchi
navali. Dopo un accurato studio
topografico da parte degli strateghi del
tempo, la scelta dell’edificazione cadde
su un modesto promontorio a dominio della
Fossa del Gallo e del golfo di Mondello,
sino a giungere alla Punta di Cèlesi,
eminente luogo dove "… s’alza
un sasso molto difficultuoso a montarvi
sopra (…) per la guardia della
propria punta e chiamata Mondello …".
Datata al 1699 è la più antica
rappresentazione cartografica che si
conosca di essa, contenuta in una mappa
francese che la indica con il nome di Tour
des Figuires, ovvero la "Torre
dei Fichi", collocata tra la Tour
de la Madragua (la torre della Tonnara
di Mondello) ed il Cap de Galle,
che segna il punto più settentrionale
costiero. Con la spettacolare falesia
del Malopasso, aspetto geologico che si
manifesta con le pareti del monte
strapiombanti a mare. Non conosciamo il
tempo occorso ai mastri murari
(muratori, architetti) per
l’edificazione, probabilmente in
concomitanza con la vicina torre della
Tonnara. Da alcune notizie forniteci dal
diarista Pollacci Nuccio, ci è pervenuta
l’entità del suo effettivo costo: la
cifra complessiva si aggirò intorno alle 100
onze, che per quei tempi rappresentava
un’ingente somma. Il presidio militare
preposto al delicato compito degli
avvistamenti e delle trasmissioni coi fani,
era stabilmente assicurato attraverso la
vigilanza di due torrari pagati in
eguale parte dalla Chiesa e dall’universitas,
ovvero la pubblica amministrazione
palermitana. In un capitolo della
Descripciòn de las marinas de todo el
rejno de Sicilie, dell’architetto
militare toscano Tiburzio Spannocchi
datato 1578, si chiarisce che la paga era
versata in eguale misura dall’arcivescovo
di Palermo et l’altro la città.
Tale ripartizione di spesa per la
guarnigione è confermata, due secoli più
tardi, dal marchese di Villabianca: uno
dei due guardiani della torre era pagato
direttamente dal Senato Palermitano,
mentre l’altro "… che in essa
veglia, tien l’assento di (onze) 19.6.
E vanno sopra l’azienda del nostro
Arcivescovo a titolo di suo salario
…".
La caratteristica
sagoma della torre, emergente dal
territorio ben visibile da grandi
distanze, viene ricordata da numerosi
studiosi, viaggiatori e marinai, tra cui
Giuseppe Massa che nell’opera la
Sicilia in prospettiva, afferma che
essa trovavasi "… su scoscesa
rupe di salita difficile …".
L’erudito palermitano marchese di
Villabianca ebbe modo di visitarla e fu
spettatore di riguardo di alcune concitate
fasi di una sanguinosa e drammatica mattanza,
in compagnia di Anna Maria Alliata,
principessa di Villafranca e delle due figlie
monacande. Anche il Villabianca la
denomina "torre del Fico
d’india" e la ricorda di sfuggita
con brevi note caratteristiche,
soprattutto per l’irta posizione. Il
nome della torre ricorda l’Opuntia
ficus-indica, la pianta succulenta che
cresce spontanea nella penisoletta tra gli
anfratti della scogliera, riparati dai
forti venti di maestrale e di scirocco.
Nel XVII secolo la torre venne osservata e
descritta durante la compilazione di un
portolano, dal capitano termitano Filippo
Geraci: "… a miglia tre la punta
di Mondello qual sopra tiene una torre di
guardia dalla parte di terra, di ditta
punta s’ormeggia …".
La presunta fragilità
delle strutture portanti della torre,
hanno fatto sempre supporre a ricercatori
di architetture militari o a semplici
studiosi, che il solaio dammusato
(a volta) della torre non possedesse i
necessari requisiti a sorreggere il
complesso dell'artiglieria pesante per la
difesa. Grazie alla testimonianza del
viaggiatore ed esploratore militare
piemontese Castellalfero, inviato in
Sicilia da Vittorio Amedeo di Savoia nel
1713, si è accertata la presenza di armi,
con un buon volume di fuoco, sfatando così
antiche supposizioni. Nella prima metà
del XVIII secolo, la torre e i torrari,
sono infatti ricordati in alcune relazioni
che il suddito sabaudo aveva preparato
dopo alcuni accurati sopralluoghi compiuti
nell’Isola. Ecco le impressioni
riportate della torre, dell’armamento e
soprattutto della dubbia fedeltà dei torrari:
"… nominata Torre del Fico
d’india, dè quali è ampiamente
circondata; viene questa munita d’un
cannone di ferro con tre uomini di
guardia, quali però, continuando il loro
antico uso (le comunicazioni coi fani),
non servono per impedire li suddetti
contrabandi, ma bensì esigendone segreta
ricompensa, prestano ogni assistenza per
assicurarli, e questa massima, benchè non
più replicata nel proseguimento, deve però
intendersi del tutto abbracciata dà
guardiani delle altre torri …".
Da tale relazione si apprende della prima
"tangentopoli" mondellese
documentata e dell’infedeltà degli
stessi torrari, che sebbene
stipendiati dalla pubblica
amministrazione, la derubavano
sistematicamente ed ironia della sorte,
adoperando le stesse armi avute in
dotazione, partecipavano agli utili del
contrabbando.
In alcune carte
topografiche di età settecentesca, la
torre del Fico d’india, viene
erroneamente denominata "Torre di
Mondello" e quella della Tonnara con
l’appellativo di "Castello",
inteso come luogo forte difficilmente
espugnabile. L’attività di vigilanza e
di difesa cessò definitivamente nella
prima metà del secolo XIX, allorquando
con la conquista di Algeri del 1830 da
parte delle truppe di occupazione
francesi, vennero distrutti i covi della
pirateria nel Mediterraneo, posti nei
principali porti del Nord Africa. E’
accertato che la torre, assieme al Dammuso
di Gallo o torre Amari ed alla torre della
Vuletta, ambedue poste in cima al Gallo,
venne inserita sin dalla fine
dell’Ottocento nel circuito delle nuove
vie di comunicazione per mezzo del sistema
ottico telegrafico.
Caratteri costruttivi
Il precipuo compito
della torre era quello di allertare
contemporaneamente le locali popolazioni e
le squadre marittime o i cavallari
che periodicamente pattugliavano le coste.
La torre del Fico d’india non era,
certamente, un luogo imprendibile, né
tampoco gli uomini che vi si rifugiavano
avevano la matematica certezza della
propria incolumità fisica. Un documento
della fine del Settecento ricordava
infatti a tutti i torrari ed ai
difensori costieri che le torri "… non
sono né castelli, né fortezze, guarnite
di truppa, e munite a guerra, ed ognuno
che la rimira con questa idea, le sembrano
male adatte, e sfornite perché o non
sanno o non riflettono al loro effettivo
destino …".
La torre del Fico
d’india rientrava in tale tipologia e
trova puntuali confronti con altre torri
della marineria occidentale siciliana.
E’ di forma cilindrica edificata con
pietrame informe sul piano di roccia
precedentemente spianato e si eleva a m.
25 s. l. m. L’edificio militare è
costituito da due elevazioni fuori terra:
il piano terreno in parte occupato da una
cisterna per la raccolta delle acque
piovane e da una prima elevazione,
costituita da u unico ampio vano
circolare. Da lì si diparte una scala
semicircolare ben inserita negli spessori
murari, che conduce al terrazzo. La
cisterna dell’acqua potabile è
raggiungibile attraverso una botola a
taglio del muro che si apre sotto il piano
di calpestio; con una capacità di oltre
una decina di metri cubi, comprendeva la
metà esatta del cilindro di base
dell’intero edificio. L’unico ingresso
alla torre era costituito da una piccola
apertura al piano superiore,
raggiungibile, un tempo, per mezzo di una
scala di corda o di legno, allo scopo di
togliere al nemico ogni possibile
appiglio, in caso di prolungato assedio.
La prima elevazione,
alta m. 12,40 e con una circonferenza di
base di m. 30, si presenta armonica nelle
sue parti, con un unico ingresso rivolto a
Settentrione, largo m. 0,86 ed alto m.
1,90. Oggi i luoghi sono stravolti dalla
presenza di un moderno terrapieno
costruito nella prima metà del secolo
scorso per "facilitarne"
l’accesso. In antico il dislivello era
di circa m. 6, utile accorgimento
architettonico per rendere la torre più
sicura in caso di attacco. Gli spessori
murari variano da m. 1,35 a m. 1,41 e sono
costituiti da pietre locali resi friabili
dagli agenti atmosferici e dalla salsedine
che imperversa in tutte le stagioni.
L’apertura, larga m. 0,92, ma un tempo
doveva essere più stretta, è rivolta a
Nord. Il monoambiente del piano elevato
misura m. 6,30 di diametro, m. 8,45
all’esterno e possiede un’unica
finestra che guarda a Sud/est, in
direzione della fascia costiera tirrenica,
dalla Punta di Priola sino a Capo
Zafferano. Una seconda finestra, oggi
murata, era collocata in direzione
Sud/Ovest e traguardava la torre della
Tonnara di Mondello e l’entroterra del
Piano di Gallo, dove maggiore era la
presenza delle torri "appadronate".
Nel tratto murario, tra l’ingresso e la
finestra, è ricavato u camino per le
lunghe notti invernali e per avere in ogni
momento il fuoco acceso per alimentare il mazzone
(graticola posta sopra un’alta asta che
svettava al centro del terrazzo) per
effettuare le segnalazioni. Esso
costituiva l’unico elemento di
"arredamento" di tutto
l’edificio militare. L’ampia volta del
monovano circolare, rinforzata da un
grosso pilastro ad arco, si diparte dal
piano di calpestio e segue la volta da
un’estremità all’altra dello stesso
monoambiente. L’astracu si
raggiunge attraverso una corta e stretta
scala in pietra semicircolare di 23
gradini.
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