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Il "Qanat del serpente" nel Piano di Gallo

di Pippo Lo Cascio

     

Percorrere  un antico qanat  è  un'affascinante esperienza che ti riporta indietro nel tempo facendoti vivere un'avventura in un ambiente totalmente buio, caratterizzato da forte umidità e assenza di rumori proveniente dal mondo esterno.

 Spostati, con difficoltà ed estrema cautela, i pesanti blocchi d'arenaria che coprono la bocca del pozzo artesiano, scorgo nella penombra, un rigagnolo d'acqua che scorre verso il buio più fitto. La seduzione di vivere l'avventura ed il mistero è forte e coinvolgente è perciò non esito a calarmi con una robusta corda opportunamente fissata ad un albero. Ammetto un'avvincente emozione e ben presto superate le asperità del percorso, mi ritrovo inevitabilmente con le gambe nell'acqua gelida del fondo sabbioso. Un brivido mi sorprende al contatto di quel lento defluire millenario, dovuto alla lieve pendenza che i sapienti puzzaluori hanno saputo dare allo stretto cunicolo. Il condotto scorre perpendicolarmente alla direzione delle vene acquifere che provengono dalle pendici dei monti Billiemi e Pellegrino, che assieme al Gallo fanno da corona alle Piane dei Colli e di Gallo. Osservo il lungo cunicolo, alto poco più di due metri e largo solo cm. 80 che si perde nell'oscuro budello e scelgo di seguire la direzione dello scorrimento delle acque.

Le pareti d'arenaria trasudate, che conservano ancora i segni lasciati dalle picconate degli antichi minatori, sono muti testimoni di un'ardita opera d'ingegneria idraulica le cui origini sono da ricercare in quelle di tradizione medio-orientali ed arabe in particolare, che resero possibile l'espandersi di grandi centri urbani, come Teheran, e di dare vita ad una fiorente agricoltura. In poche parole mi ritrovo in un qanat ed è perciò grande la mia curiosità e voglia di scoprire e di capire il retaggio di un mondo antico e ormai dimenticato. il termine qanat deriva dalla parola semitica "scavare" ed è costituito da un lungo tunnel sotterraneo intagliato nella viva roccia di calcarenite, che per gravità conduce l'acqua raccolta da una sorgente a zone dove c'è mancanza del prezioso elemento, a distanza anche di centinaia di chilometri. Il sottosuolo di Palermo è attraversato da una selva di qanat di epoche e tipologie differenti e solamente nell'ultimo quarto dello scorso secolo sono stati parzialmente indagati da studiosi, speleologi ed appassionati, che hanno prodotto particolareggiate carte topografiche. Poco o nulla si sa, invece, di quelli esistenti extra moenia scavati nelle fertili Piane dei Colli e Gallo, un tempo coltivati a cotone, a orti, a vigneti e a mirto. Il lungo qanat individuato nel bel mezzo di un agrumeto e minacciato dall'attraversamento di un'arteria, l'ho percorso quasi per intero. Lasciatomi alle spalle la luce del giorno, l'aria fresca della campagna, man mano che proseguo, si fa umida e la respirazione più pesante e affannosa. Il buio avvolge tutto il cunicolo tranne il breve chiarore prodotto dalla fioca fiammella del casco da speleologo che ho in testa. Percorro un tratto rettilineo camminando comodamente eretto; poi l'acqua si fa più alta, sino a raggiungere un primo pozzo d'aerazione distanziato m. 25-30 da quello d'ingresso. Ora la volta del tunnel si fa più bassa e devo procedere curvo accompagnato dal ritmico rumore dello sciacquio delle gambe che spostano la massa d'acqua e da quello delle scarpe che sono strappate a viva forza dalla fine sabbia depositata sul fondo. La debole fiammella che squarcia le tenebre dopo anni di buio totale, mi permette di vedere pochi metri davanti a me, ma so che il qanat è molto lungo e che può riservarmi non poche sorprese e scoperte scientifiche. Dalle numerose cavità delle pareti a pelo d'acqua, sgorgano numerose vene che contribuiscono ad ingrossare il piccolo fiume sotterraneo. Dopo una serie di piccole curve, tracciate appositamente dai costruttori allo scopo di captare e di imbrigliare una quantità maggiore di acqua, devo necessariamente camminare carponi, poiché il soffitto si abbassa a meno di un metro. Ma fortunatamente per poco, il tempo necessario a raggiungere un secondo pozzo dov'è in funzione una grossa motopompa per portare l'acqua in superficie. Continua

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