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Oltrepassata l'idrovora la quantità
d'acqua aumenta gradualmente, rivelandosi
poi un vero fiume e per proseguire mi
affido alla lenta corrente stando ben
attento a non fare spegnere la luce del
casco che rappresenta l'unica mia compagna
nell'esplorazione sotterranea. Dopo una
breve nuotata il cunicolo s'innalza
notevolmente sino a giungere ad uno slargo
costituito da un terzo pozzo e ne
approfitto per concedermi una breve sosta.
Gli
animali che popolano il mondo tenebroso ed umido del canale,
sono costituiti da colonie di ranocchie, di ragni e di insetti
dalle forme e dai colori più svariati; vivono immersi nelle
tenebre e fuggono per la presenza umana e alla fioca luce,
trovando riparo tra i tanti anfratti della poco compatta
calcarenite. Per un tratto l'acqua del canale diminuisce quasi a
scomparire, fenomeno dovuto ad un eccessivo accumulo di detriti
trasportati dalla corrente e qui è possibile
"leggere" i vari livelli degli antichi alvei fluviali.
Se ne contano tantissimi a dimostrazione di una millenaria
attività agricola. Più avanti ecco una foresta di radici di
alberi di limoni e di aranci che pendono dal soffitto
aggrovigliandosi e che sono riuscite ad infiltrarsi sin quaggiù
ed a superare la spessa copertura rocciosa alla ricerca del
prezioso liquido. Attraversando il lungo condotto nella
direzione del massiccio del monte Gallo, zona storicamente
rinomata per le colture dei vigneti sin da età medievale e di
agrumeti dal Settecento, numerose domande si affollano alla mia
mente. Di quale periodo sarà mai il manufatto? Forse è di età
araba? O forse medievale? O di età rinascimentale? Quanti
uomini e per quanto tempo vi hanno lavorato? Difficile dirlo.
Difficile è oggi rispondere a queste domande. Praticamente
impossibile. No. Non ci sono elementi diagnostici per affermare
un qualsiasi periodo storico, ne tanto meno può essere
paragonato tipologicamente ad altri centinaia di qanat
che formano gli intricati labirinti del centro storico di
Palermo. Determinare l'età di fabbricazione della conduttura
per il reperimento d'acqua per l'irrigazione dei giardini della
Piana di Gallo, significherebbe gettare le basi più solide per
la ricostruzione storica del territorio, eliminando nello stesso
tempo, congetture ed ipotesi fantasiose sulla prima fase di
antropizzazione. Proseguo con la determinazione di seguire
ancora per un altro lungo tratto il qanat,
ma già con ansia il mio occhio segue il veloce cammino
dell'orologio. Di tanto in tanto un raggio di sole filtra dalle balate
messe a copertura delle bocche dei pozzi, ma gli occhi si
sono ormai abituati all'oscurità. A breve distanza scorgo un
legno o forse un ramo che segue la direzione del fluido. No!
Adesso va dalla parte opposta, controcorrente! Cioè verso di
me. Accidenti, ma è un serpente! Fortunatamente è solo
un'innocua biscia d'acqua, molto lunga e variopinta che mi
osserva preoccupata e pronta alla difensiva. Decide alla fine
d'ignorarmi e di proseguire per la sua strada. Oltre una piccola
ansa, in una risega, scopro una brocca di ceramica rotta che non
può essere estratta poiché è in corso un processo di
fossilizzazione ed i cui frammenti sono "saldati" alla
viva roccia. Il prezioso reperto archeologico, una fiasca
d'acqua di probabile età medievale, presenta un corpo panciuto,
priva di anse e un lungo collo corrugato. Una volta studiato
permetterà una precisa datazione e probabilmente di poterci
avvicinare all'età di costruzione dello stesso qanat.
Più avanti, la canalizzazione mi riserva ulteriori emozioni e
sorprese. In un tratto particolarmente caratteristico dove il
livello dell'acqua sotterraneo scende sino al ginocchio, il
torrentello è alimentato da una serie di cascatelle di acqua
fredda provenienti da una ricca vena. Approfitto per fare
un'altra sosta e spengo la luce del casco. Adesso il buio colma
lo spazio circostante ed il silenzio è rotto solo dal mormorio
delle acque che fluiscono dalle pareti. Faccio un breve calcolo:
sono alcune ore che cammino ed il qanat sta dimostrandosi più lungo del previsto.
Intravedo
in lontananza la luce del giorno che prepotentemente fora le
fitte tenebre sotterranee di un ulteriore pozzo seriale e decido
quindi di uscire all'aria aperta scalando le pareti, utilizzando
i buchi delle pedalore. Giunto in cima sposto, con non senza fatica, una balata
di copertura della bocca del pozzo artesiano e finalmente l'aria
frizzante e la luce del sole invadono il pozzo. Esco in aperta
campagna in prossimità di un agrumeto. Ruoto di 360° su me
stesso per tentare di riconoscere il posto. Si, lo riconosco. Mi
è familiare. Richiudo la bocca del pozzo con la lastra di
calcarenite e mi allontano grondante d'acqua, mentre un vecchio
contadino ha smesso di zappare ed un cane accovacciato ai suoi
piedi mi osservano con stupore e timore, come si può essere
stupiti dall'improvvisa apparizione di un alieno o di un
fantasma sbucato dal nulla.
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